Non fatemi caso

Tra le cose che getta il mare
cerchiamo le più calcinate,
zampe viola di granchi,
testine di pesci defunti,
sillabe dolci di legno,
piccoli paesi di madreperla,
cerchiamo ciò che il mare distrusse
con insistenza senza riuscirvi,
ciò che ruppe e abbandonò
lasciandolo per noi.

Vi son petali inanellati,
cotoni della tormenta,
gioie inutili dell’acqua,
ossa dolci d’uccelli
ancora disposti al volo.

Il mare gettò il suo rifiuto,
l’aria giocò con le cose,
il sole bruciò quanto v’era,
e il tempo vive presso il mare
e conta e tocca ciò che esiste.

Conosco tutte le alghe,
gli occhi bianchi dell’arena,
le piccole mercanzie
delle maree in Autunno,
cammino come un grosso pellicano
sollevando nidi bagnati,
spugne che adorano il vento,
labbra d’ombra sottomarina,

ma nulla di più straziante,
del sintomo dei naufragi:
il dolce legno perduto
che fu morso dalle onde
e disprezzato dalla morte.

Bisogna cercare cose oscure
in qualche parte della terra,
sull’azzurra riva del silenzio,
o dove passò come un treno
la tempesta travolgente
:
lì stanno segni sottili,
monete del tempo e dell’acqua,
detriti, cenere celeste
e l’ebbrezza intrasferibile
di prender parte alle fatiche
della solitudine e dell’arena.

Pablo Neruda, da Stravagario, Nuova Accademia, 1963, pp. 261-263

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