“Dal nostro punto di osservazione ‘percettivamente limitato’ siamo naturalmente portati a comprendere l’entropia. Per questo non mi interessa. Tra l’altro, contrariamente a quello che molti pensano, l’orrore non ci prepara all’orrore. Né esiste una forma di mitridatizzazione al dolore. Noi non sappiamo mai chi siamo veramente, come affronteremo una determinata battaglia. Non lo sappiamo sinché non possiamo/dobbiamo combatterla.
In questo senso mi permetto di consigliare di leggere o rileggere Lord Jim.
Non solo noi non sappiamo davvero chi siamo, ma spesso siamo più cose, anche opposte, contemporaneamente. Anche il più coraggioso può essere vile. E anche la persona più codarda può compiere gesti ai limiti della temerarietà.
Anche per questo non  sono d’accordo con il filosofo (o antropologo) americano di cui cazzo non ricordo il nome. Ultimamente ha scritto ‘odio internet perché consente alle persone di indossare infinite maschere e non sai mai chi ti trovi davanti davvero’.
Le maschere esistono in internet come nella vita reale. E alcune non siamo nemmeno noi a indossarle. Ce le attaccano. Abbiamo tutti il pallino dell’attribuire maschere, cercando punti di riferimento al di fuori di noi. Attribuiamo agli altri il volto che ci piace vedere.  Che ci fa comodo o ci rassicura in quel momento.  Nell’amore, nell’amicizia, nel lavoro. 
E’ questo, portato all’estremo, che ci fa eleggere gli uomini della Provvidenza. Per poi decapitarli. Ma nessuno potrà applicarci la maschera di uomo della Provvidenza senza la nostra connivenza.
Internet è una strana cosa, ma non è più strana della vita. Perché fa parte della vita. Per molti di noi è un aspetto della vita quotidiana. Non è nemmeno più definibile come virtuale. E, in ogni caso, come nella vita ‘reale’, possiamo scegliere tra infinite maschere e se ne scegliamo una piuttosto che un’altra, un motivo ci sarà. Scegliamone una comoda, perché alla lunga aiuterà. Quale che sia la maschera che scegliamo, che ci dà sicurezza, dobbiamo essere responsabili del nostro comportamento o, nel caso del blog, di quello che scriviamo.
(…)
Non ho ancora finito: l’anonimato.
Mi chiamo Massimo Guastini e faccio il copywriter da circa un quarto di secolo.
Alcuni già lo sanno, altri no. Ma questo non  cambia nulla. Non lo cambierebbe nemmeno se mi chiamassi Tim Delaney. Non dovrebbe, almeno.
Credo nelle idee, non mi interessa la fonte.
I nomi, l’autorevolezza, la sudditanza verso la fama o l’esperienza sono tutte cose che secondo me, possono ingessare un sistema.
In più ritengo che spogliarci del nome, della sindrome del credit, di tutte quelle trappole dell’ego che affliggono  mediamente la nostra categoria professionale, possa essere un esercizio di umiltà utile.
Il primo passo per tornare ad essere più ‘persuasori occulti’ che creativi. Più guerrieri che ‘gigioni da happy hour’ Più ‘templari della brand’ (o del brand… non l’imparerò mai)
Per questo motivo, qui si incoraggia l’anonimato, lo ‘pseudonimato’. Purché non sia quello vile e becero che porta ad accuse e calunnie senza il coraggio di metterci la faccia.
Dimenticate il mio nome, soprattutto il vostro se siete ‘famosi’.
Le idee sono la cosa più importante e non appartengono veramente a nessuno.
Tutte le volte che mi viene un’idea che sento giusta, faccio una cosa stupida e scaramantica, analoga a quello che facevano  i  cacciatori pellerossa. Ringrazio. ‘Entità sconosciute’, ‘la fatina del creativo’ , il ‘mondo delle idee’, scegliete voi l’espressione che preferite.
Sono convinto che quando ‘arriva  l’idea’ abbiamo semplicemente aperto una soglia, spesso grazie anche all’energia di persone che magari in quel momento non sono lì con noi.
(…)
Tutto quello che ho scritto sino a oggi in questo blog deriva dalle mie relazioni, rapporti umani a volte belli altre meno. Se anche erano maschere, sono le idee che mi interessa ‘seminare’. Di alcune ricordo l’ispiratrice, l’ispiratore, di altre no, purtroppo. Ma so che ogni cosa che ascolto e vedo e soprattutto l’entusiasmo  delle persone che me ne portano possono essere contributi importanti, semi preziosi. Anche quelli semi seri.”
Massimo Guastini, Semi seri

[via Infoservi.it]

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posted : Monday, 5 May, 2008